cronaca

Ex Ilva, si fermano tutti gli stabilimenti. E l’indiana Jindal smentisce il proprio interesse

di  Redazione  -  8 Novembre 2019

Ilva. Nello stabilimento di ArcelorMittal a Taranto è il giorno dello sciopero di 24 ore promosso da Fim, Fiom e Uilm. Lo stop arriva dopo gli atti di recesso del contratto da parte di ArcelorMittal, la dichiarazione di 5mila esuberi (ma si teme che siano di più, quasi 7mila), l’atto di citazione verso i commissari di Ilva, al Tribunale di Milano, da parte della stessa ArcelorMittal, e il vertice di ieri sera a Palazzo Chigi col premier Giuseppe Conte, diversi ministri, i sindacati, confederali e dei metalmeccanici, le istituzioni della Puglia e di Taranto.

Non solo. Questa mattina il gruppo indiano Jindal nega un interesse per gli asset dell’ex Ilva, dopo la ritirata di ArcelorMittal. «Smentiamo con forza» si legge in un tweet postato sul canale Twitter del gruppo, le indiscrezioni di stampa secondo cui «Jindal Steel & Power potrebbe rinnovare il suo interesse per l’acciaieria di Taranto».

In mattinata «Stiamo riparlando di Ilva perchè Arcelor Mittal si sta rimangiando l’accordo. Può succedere che un imprenditore sbagli i calcoli ma gli oneri vanno fatti rispettare, le cambiali non vanno fatte pagare allo Stato ma rimangono alle imprese”. Lo afferma il ministro degli Esteri Luigi Di Maio nel corso del forum Ansa.

Intanto i commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria presenteranno una istanza all’autorità giudiziaria di Taranto per chiedere la proroga del termine del 13 dicembre fissato dal tribunale per la realizzazione degli adeguamenti di sicurezza dell’Altoforno 2 sottoposto a sequestro dopo l’incidente del giugno 2015 in cui è morto l’operaio Alessandro Morricella. Lo hanno annunciato gli stessi commissari, Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupo, in un incontro avuto ieri in Procura con il procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo.

La situazione è tesa, complicata. ArcelorMittal ha fermato ordini e lavori, in ragione dell’uscita, e nel vertice di ieri sera a Chigi, rimbalza da Taranto un allarme ulteriore: «Presidente, a Taranto stanno fermando il treno nastri 1 e l’acciaieria. Da lunedì metà impianti sono già fermi. Possono fermare gli impianti, hanno la titolarità, questi, per farlo?». «No, non possono farlo” è la risposta che arriva dal tavolo di Governo con Conte che annuncia “un’azione cautelare urgente». E d’altra parte già ieri i commissari dell’amministrazione straordinaria Ilva hanno diffidato ArcelorMittal dall’andare avanti col recesso. Dopo la riunione a Chigi, e in attesa di altre iniziative sindacali – lo sciopero di 24 ore, dalle 7 di oggi a Taranto, potrebbe essere solo il primo – due sono le linee operative che si vogliono attuare: tutelare dal ‘terremoto’ occupazionale ArcelorMittal l’area di Taranto e soprattutto esigere il rispetto degli impegni contrattuali da parte della multinazionale anglo-indiana. «Si apre una cabina di regia – ha annunciato il premier Conte al tavolo di ieri sera – perchè questa comunità locale, che ha già sofferto, ha bisogno di risposte da parte del Governo. Risposte che sono state già annunciate ma che vanno accelerate, altrimenti e’ inutile parlare di Sistema Paese, diventa solo una proclamazione di principio».

Conte evidenzia un punto: “ArcelorMittal sta venendo meno a degli impegni contrattuali assunti, questo e’ il punto di partenza. E non sono impegni che vengono violati a distanza di anni. La violazione e’ la nostra forza – dice – perchè qui siamo di fronte ad un imprenditore che ci ha comunicato il disimpegno con atti formali e quindi dobbiamo rivendicare il rispetto degli impegni”. Nel giro di alcuni giorni Conte dovrebbe reincontrare ArcelorMittal, ma sulle scelte da fare c’è divergenza tra sindacati e parti locali e il tavolo a Chigi lo ha rivelato. Esempio: mantenere, bonificata e ammodernata, l’area a caldo, come vogliono i sindacati, oppure chiuderla, come rivendicano diversi enti locali? Pensare che l’acciaio possa ancora far parte dell’economia di Taranto e della Puglia oppure investire su altro? “Non si puo più passare sopra la testa dei tarantini, calpestare la loro salute, e quindi occorre avere piu’ di un piano – dice il sindaco Rinaldo Melucci – perchè ogni scelta impatta su una città di 200 mila persone e noi non siamo piu’ disposti a ipotecare la salute dei nostri bambini perchè qualcuno deve fare profitti facili”.

Marco Bentivogli, leader Fim Cisl, prefigura “6.700 esuberi chiudendo l’area a caldo, non 5mila”. Un altro gruppo industriale, allora, al posto di Mittal? «Ma servono molti mesi per ricostruire una gara, un piano industriale e un accordo sindacale. Taranto senza area a caldo non esiste» rimarca il segretario generale Fim Cisl. Rispetto dell’accordo del 6 settembre del 2018, chiede il sindacato. Quello che ha stabilito 10.700 occupati di cui 8.200 a Taranto. «Noi – prosegue Bentivogli riferendosi all’insieme del sindacato confederale e metalmeccanico – abbiamo continuato ad esprimere la forte necessità che si tolga ogni alibi dal tavolo, e quindi sia per ArcelorMittal, sia per qualsiasi altra soluzione futura, si costruisca una norma di portata generale che reintroduca lo scudo penale, come è stato nel 2015 anche per i commissari, ma su questo non c’è unità di intenti anche con le istituzioni locali». «Togliere l’alibi? Già fatto nel corso della riunione – risponde Conte – eppoi esiste già l’articolo 51 del Codice penale. La responsabilità penale vale per chi compie gli atti, non per il passato. Ho detto loro: avviamo il negoziato ma nemmeno questo è stato avviato«. Trattativa che non c’è, scenario complicatissimo, sciopero in corso: l’ex Ilva di Taranto e’ un nodo aggrovigliato.