Agricoltore trovato morto con una ferita alla testa, fermato il fratello

I carabinieri stanno tentando di capire il movente che potrebbe aver spinto il fratello di Marco Bruno ad aver ucciso l’agricoltore
di  Redazione
3 settimane fa - 1 Luglio 2021

Agricoltore trovato morto con una ferita alla testa, fermato il fratello. Quello che inizialmente era apparso come un incidente, l’ennesimo, sul lavoro, si è rivelato invece un omicidio.

La morte di Marco Bruno, agricoltore di Calascibetta, nell’Ennese, trovato morto nei suoi terreni lo scorso lunedì non sarebbe stato un incidente ma un atto volontario perpetrato secondo gli inquirenti dal fratello.

L’uomo è fermato dai carabinieri e la sua posizione è ora al vaglio degli inquirenti. Ma i carabinieri della compagnia di Enna, con a capo il maggiore Alberto Provenzale, mantengono al momento il più stretto riserbo sulla vicenda ancora da ricostruire.

L’ipotesi iniziale dell’incidente sul lavoro

Bruno era  trovato nel suo podere, già privo di vita, con una ferita alla testa e, dopo una prima ipotesi legata a un malore e una successiva caduta, i primi accertamenti medico legali avrebbero fatto emergere che la ferita era inferta da qualcuno.

Una morte violenta dunque che ha spinto i militare a virare le indagini seguendo la pista dell’omicidio, che hanno portato al fermo del fratello, anche se al momento dagli inquirenti non trapelano indiscrezioni sul possibile movente.

Marco conosciuto come una persona pacata e cordiale

Bruno, la cui salma resta a disposizione degli inquirenti in attesa dell’autopsia, era ritrovato con una ferita al capo e la sua morte ha scosso la comunità xibetana; ma anche quella di Enna dove l’uomo, sposato e con figli, viveva ed era conosciuto come una persona pacata e cordiale. La posizione del fratello sarà chiarita nei prossimi giorni.

Mafia: Pg chiede 7 anni e 4 mesi per ex senatore D’Alì

La procura generale di Palermo ha chiesto la condanna a 7 anni e 4 mesi per l’ex senatore di Fi Antonio D’Alì imputato di concorso esterno in associazione mafiosa nel processo d’appello bis.

Processo celebrato dopo che la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d’appello di Palermo che, a settembre del 2016, mandò assolto l’ex politico per le contestazioni successive al 1994 e prescritti i reati a lui contestati nel periodo antecedente a quella data.

Il primo appello aveva deciso conformemente al gup del primo grado. D’Alì è accusato di avere “contribuito al sostegno e al rafforzamento di Cosa nostra, mettendo a disposizione dei boss le proprie risorse economiche.

E, successivamente, il proprio ruolo istituzionale di senatore della Repubblica e di sottosegretario di Stato”. Per i pubblici ministeri, l’ex senatore trapanese avrebbe avuto rapporti con le cosche e con esponenti di spicco dell’organizzazione.

Come il superlatitante Matteo Messina Denaro, Vincenzo Virga e Francesco Pace, fin dai primi anni ’90, e avrebbe cercato l’appoggio elettorale delle “famiglie”. Il politico avrebbe poi svolto un ruolo fondamentale nella gestione degli appalti per importanti opere pubbliche; dal porto di Castellammare del Golfo agli interventi per l’America’s Cup.

Dei presunti collegamenti di D’Alì con le cosche hanno parlato vari pentiti tra cui Antonino Giuffre’, Antonio Sinacori, Francesco Campanella; e da ultimo don Ninni Treppiedi e Antonino Birrittella, ritenuti attendibili dai giudici d’appello. Il 5 luglio è prevista l’arringa difensiva.

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