Caso Francesca Oliva, le motivazioni della sentenza: «Cartella clinica falsificata per coprire l’elevata negligenza dei medici»
La 29enne morì nel 2014 dopo il parto di tre gemelli. Il giudice di Santa Maria Capua Vetere inchioda i responsabili della clinica Pineta Grande
Caso Francesca Oliva, le motivazioni della sentenza: «Cartella clinica falsificata per coprire l’elevata negligenza dei medici». La 29enne morì nel 2014 dopo il parto di tre gemelli. Il giudice di Santa Maria Capua Vetere inchioda i responsabili della clinica Pineta Grande.
SANTA MARIA CAPUA VETERE (CASERTA) – Una tragica vicenda giudiziaria e umana durata undici anni si arricchisce di un capitolo definitivo e inquietante.
Sono state depositate le ottanta pagine di motivazioni della sentenza con cui, lo scorso marzo, il tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha condannato l’imprenditore della sanità Vincenzo Schiavone, titolare del Pineta Grande Hospital di Castel Volturno, e due medici della struttura per l’alterazione della cartella clinica di Francesca Oliva, la 29enne di Gricignano d’Aversa deceduta nel maggio 2014 per setticemia dopo aver dato alla luce tre gemelli (due dei quali morti).
Se il processo principale per omicidio colposo si era concluso nel 2021 con l’assoluzione di tutti i medici coinvolti, le indagini avevano fatto emergere un secondo reato: il tentativo di truccare i documenti medici dopo il decesso della giovane madre.
Le condanne e l’accusa del giudice: «Scelta funzionale a coprire le colpe»
Il giudice monocratico Norma Cardullo ha inflitto quattro anni e mezzo di carcere a Vincenzo Schiavone per falso in atto pubblico, e tre anni e quattro mesi ai medici Giuseppe Delle Donne e Gabriele Vallefuoco (assolto invece un quarto camice bianco, Stefano Palmieri).
Nelle motivazioni, il magistrato usa parole durissime: la falsificazione della cartella clinica fu «una scelta funzionale ad allontanare dai sanitari della clinica ogni responsabilità per il decesso, tenuto conto dell’elevato grado di negligenza con cui gli stessi operatori sanitari avevano curato la paziente».
Secondo il giudice, gli imputati hanno agito con la piena consapevolezza e volontà dell’illiceità del proprio operato, mettendo in piedi una «complessa opera di alterazione, realizzata mediante operazioni tra loro coordinate sulla base di un chiaro e unitario indirizzo medico».
Il ruolo di Schiavone, definito il “dominus” della clinica
Il testo della sentenza si sofferma in modo particolare sulla figura dell’imprenditore Vincenzo Schiavone, descritto come il vero e proprio «dominus» di Pineta Grande.
Secondo la ricostruzione del magistrato, il medico Gabriele Vallefuoco procedette ad alterare il documento quando Francesca Oliva era ormai deceduta, andando a modificare persino i dettagli della fase del ricovero a cui lui non aveva nemmeno partecipato. Una manovra così invasiva e coordinata che, scrive il giudice, «non poteva che pervenire da un’esplicita richiesta del “dominus”».
I retroscena: l’antibiotico “fantasma” inserito dopo la morte
La vicenda di Francesca Oliva era iniziata nel maggio 2014 con il trasferimento d’urgenza dall’ospedale di Giugliano a Castel Volturno. Nel primo processo, 14 medici erano stati assolti «per non aver commesso il fatto» (il tribunale riconobbe colpe solo nel comportamento del ginecologo di fiducia della donna, deceduto però nel 2017).
Proprio durante quel dibattimento emerse la verità sulla cartella clinica: per salvare la struttura dall’accusa di non aver protetto la paziente dall’infezione, i medici avevano aggiunto la somministrazione – mai avvenuta – di un potente antibiotico ad ampio spettro e, contemporaneamente, cancellato ogni annotazione sul grave malessere generale che la ragazza manifestava prima di morire. Da quel clamoroso falso sono nate le uniche condanne pronunciate finora per questa tragedia.