Caso Simona Cinà: verso l’archiviazione, ma la famiglia dice no
Dopo 9 mesi la Procura di Termini Imerese non trova colpevoli: "Fu una tragica fatalità". L'avvocato Ingroia annuncia battaglia: "Pronti a opporci"
Caso Simona Cinà: verso l’archiviazione, ma la famiglia dice no. Dopo 9 mesi la Procura di Termini Imerese non trova colpevoli: “Fu una tragica fatalità”. L’avvocato Ingroia annuncia battaglia: “Pronti a opporci“.
Il caso di Simona Cinà, la pallavolista ventenne trovata senza vita in una piscina la scorsa estate, è arrivato a un bivio giudiziario che sa di rassegnazione per lo Stato, ma di battaglia per la famiglia.
Le conclusioni della Procura
A nove mesi da quella tragica notte tra l’1 e il 2 agosto, gli inquirenti sembrano aver delineato un quadro privo di rilievo penale. Simona sarebbe caduta in acqua accidentalmente.
L’autopsia conferma l’annegamento (presenza di acqua nei polmoni), suggerendo che la ragazza fosse viva al momento dell’impatto. Escluso l’intervento di terzi. L’ematoma sullo sterno, che aveva inizialmente alimentato sospetti, è stato classificato come conseguenza dei tentativi di rianimazione.
Nessuna droga, ma un tasso alcolemico definito “molto sopra il limite”. Per la Procura, questo elemento, unito a un possibile malore, spiegherebbe la caduta fatale.
Il comportamento dei presenti alla festa è stato giudicato “collaborativo”, allontanando l’ipotesi di omissione di soccorso o manipolazione della scena.
La resistenza dei familiari
La famiglia Cinà non accetta la parola “fine”. Assistiti dall’avvocato Antonio Ingroia, i parenti della giovane atleta sono pronti a dare battaglia legale.
Per loro, i dubbi non sono stati fugati del tutto e l’idea che una ventenne piena di vita possa essere scomparsa così, senza che nessuno si accorgesse di nulla per tempo, resta un “mistero inaccettabile”.