Dormivano in cella mortuaria: assolti i “senzatetto del cimitero”

Sentenza a Reggio Emilia: la coppia di sessantenni che occupò la casa di Cella non sarà condannata. Il giudice accoglie la tesi difensiva sulla nullità delle prove. "Non hanno commesso il fatto"

Redazione
Dormivano in cella mortuaria: assolti i “senzatetto del cimitero”
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Dormivano in cella mortuaria: assolti i “senzatetto del cimitero”. Sentenza a Reggio Emilia: la coppia di sessantenni che occupò la casa di Cella non sarà condannata. Il giudice accoglie la tesi difensiva sulla nullità delle prove. “Non hanno commesso il fatto”.

Si chiude con un’assoluzione piena il processo a carico di una donna di 63 anni e un uomo di 61 che, tra giugno e novembre 2023, avevano trasformato la camera mortuaria del cimitero di Cella, frazione del comune di Reggio Emilia, nella propria dimora.

Il giudice Michela Caputo ha pronunciato ieri, martedì 17 marzo, la sentenza di assoluzione «per non aver commesso il fatto», respingendo la richiesta di condanna a 8 mesi di reclusione formulata dal pubblico ministero.

Una casa tra le lapidi

La vicenda era emersa nell’estate del 2023. Rimasti senza lavoro e reduci da uno sfratto esecutivo, i due avevano trovato rifugio nel luogo più impensabile. All’interno della camera mortuaria, la Polizia Locale aveva scoperto un vero e proprio allestimento domestico: materassini da mare usati come letti; ventilatori per combattere il caldo torrido e prodotti per l’igiene, vestiti e persino un cane a far loro compagnia.

Per garantirsi un minimo di riservatezza, la coppia aveva persino sostituito la serratura della porta, trovata inizialmente aperta. Nonostante i tentativi di mediazione del Comune, l’occupazione era proseguita per mesi, portando inevitabilmente alla denuncia per invasione di edificio pubblico.

Il processo: il peso del diritto e della necessità

Durante il rito abbreviato, la difesa (rappresentata dagli avvocati Francesco Cupello e Laura Torreggiani) ha giocato una carta tecnica decisiva: l’inutilizzabilità delle prove.

I legali hanno sostenuto che le ammissioni di colpa rese dalla coppia agli agenti durante i sopralluoghi fossero nulle, poiché raccolte senza la presenza di un avvocato in una fase in cui i due erano già sostanzialmente indagati.

In subordine, la difesa aveva invocato lo stato di necessità: dettato dall’assenza totale di alternative abitative e la tenuità del fatto: considerando che l’edificio non era stato danneggiato ma solo utilizzato come riparo di fortuna.

L’epilogo sociale

Mentre l’iter giudiziario faceva il suo corso, la situazione umana ha trovato un primo sbocco solo lo scorso novembre, quando la donna ha accettato l’aiuto dei servizi sociali, trasferendo i propri pochi averi nei locali di una parrocchia.

La sentenza di ieri mette fine al calvario legale, restituendo dignità a una vicenda nata nelle pieghe più amare della marginalità urbana.

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