È morto Domenico Belfiore, mandante dell’omicidio del giudice Bruno Caccia

Stroncato da un infarto a Chivasso, in provincia di Torino, a 11 anni dai domiciliari. Mai pentito, lascia aperta la ferita di una verità incompleta

Redazione
È morto Domenico Belfiore, mandante dell’omicidio del giudice Bruno Caccia

È morto Domenico Belfiore, mandante dell’omicidio del giudice Bruno Caccia. Stroncato da un infarto a Chivasso, in provincia di Torino, a 11 anni dai domiciliari. Mai pentito, lascia aperta la ferita di una verità incompleta.

Si è spento all’ospedale di Chivasso, in provincia di Torino, Domenico Belfiore, colpito da un infarto a undici anni dalla concessione degli arresti domiciliari per motivi di salute.

Il suo nome resta legato a uno dei delitti più gravi della storia giudiziaria torinese: l’omicidio del procuratore Bruno Caccia, assassinato il 26 luglio 1983.

Il manifesto funebre, affisso davanti alla camera mortuaria, annuncia le esequie nella parrocchia Madonna di Loreto, con un commiato sobrio: «Dopo le esequie il caro Domenico proseguirà verso il cimitero». Un epilogo ordinario per una figura che per decenni ha rappresentato una delle pagine più oscure della cronaca nera piemontese.

Condannato come mandante dell’assassinio del magistrato, Belfiore ha trascorso circa trent’anni in carcere. Nonostante la lunga detenzione, non ha mai manifestato pentimento né collaborato con la giustizia, mantenendo il silenzio sulle circostanze del delitto e sui meccanismi della ’ndrangheta che, secondo gli inquirenti, avrebbe guidato tra Torino e Moncalieri.

Anche negli ultimi anni, segnati dalla malattia e trascorsi lontano dal carcere, ha continuato a non fornire elementi utili a chiarire ulteriormente quella stagione criminale.

La notizia della sua morte riaccende interrogativi etici, in particolare sulla scelta di celebrare il funerale in chiesa. Paola Caccia, figlia del magistrato ucciso, ha espresso amarezza per l’assenza di pentimento.

«Mi addolora che chi ha ucciso mio padre non si sia mai ravveduto, abbia continuato a mentire e non abbia contribuito, dopo tanti anni, a fare piena luce su questo assassinio».

Sulla celebrazione religiosa ha aggiunto: «Mi lascia perplessa che le esequie si svolgano in chiesa per una persona che ha seminato violenza e terrore».

Negli ultimi tempi Belfiore aveva tentato di costruirsi un’immagine diversa sui social, definendosi “creator digitale” e pubblicando disegni di cavalli. A chi gli chiedeva dove avesse imparato a disegnare, rispondeva con ironia.

«Ho imparato anche questo quando ero in ferie», alludendo agli anni trascorsi all’ergastolo, mai accompagnati da un gesto pubblico di dissociazione dai codici della criminalità organizzata.

Pur non avendo riportato condanne definitive per associazione mafiosa oltre a quella per l’omicidio Caccia, il suo cognome è rimasto per decenni simbolo di potere criminale nel Torinese, come confermato da diverse inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia.

Con la sua morte si chiude una vicenda giudiziaria lunga e complessa, ma resta il senso di una verità percepita come incompleta dalla famiglia del magistrato e da chi continua a chiedere piena chiarezza su quella stagione di sangue.

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