La Presidente di Volt Italia, Federica Vinci: “Dare stabilità agli insegnanti è prioritario”

Volt è un movimento progressista e pan-europeo che punta a rivoluzionare lo scenario politico europeo. Parla Federica Vinci
di redazione
1 mese fa
17 Marzo 2021
La Presidente di Volt Italia, Federica Vinci: “Dare stabilità agli insegnanti è prioritario”

La Presidente di Volt Italia, Federica Vinci: “Dare stabilità agli insegnanti è prioritario”. Con lo sguardo all’Unione Europea, L’Inserto pubblica l’intervista al Presidente di Volt Italia, Federica Vinci. Volt è un movimento progressista e pan-europeo che punta a rivoluzionare lo scenario politico europeo.

Sul loro sito Volt si presenta così: “Vogliamo portare le persone a credere nella politica, di nuovo. Vogliamo far funzionare l’Europa, insieme. Vogliamo diventare un vero movimento politico pan-Europeo per cambiare la politica continentale e nazionale, per sempre”.

L’Inserto davanti a queste premesse ha voluto approfondire. Così ha deciso di conoscere meglio questa realtà, cercando di capire  alcuni punti della loro politica,  intervistando approfonditamente la loro Presidente Federica Vinci.

Unione Europea, oggi con Draghi cresce il consenso per l’Europa Unita da parte degli italiani, dopo le parentesi dei governi precedenti?

Draghi ha autorevolezza e conoscenza delle debolezze e dei punti di forza dell’Europa, potrebbe rassicurare e far riemergere gli europeisti che sono rimasti un po’ in difficoltà nell’ultimo periodo. Non penso che farà cambiare idea ai più acerrimi nemici dell’Europa unita.

Tuttavia, potrebbe farla conoscere sotto altri aspetti agli italiani un po’ più indecisi. Sicuramente parlerà di Europa e di dinamiche europee con padronanza e sicurezza, che è mancata a tantissimi presidenti del consiglio, sia politici sia non politici”.

Occupazione e giovani. Volt potrebbe essere il mezzo per dare concretezza all’occupazione in chiave europea?

“Questo è ciò che ci auguriamo. Noi di Volt, siamo convinti che non ci possa essere futuro per le nuove generazioni se non grazie all’Europa. Ciò non vuol dire che dobbiamo favorire quella fuga di cervelli che viene associata all’idea di Europa. 

Troppo spesso, soprattutto in Italia, si pensa all’Europa come qualcosa di lontano. L’estero. Quel luogo in cui i nostri cervelli scappano per trovare un futuro migliore. Per noi di Volt, l’Europa è casa.

Deve diventare un fattore abilitante per la creazione di posti di lavoro anche nelle periferie più remote del nostro paese. Per questo, nel nostro programma europeo, spingiamo affinché i fondi UE siano convogliati nelle regioni in difficoltà per creare posti di lavoro, finanziando investimenti intelligenti e rispettosi dell’ambiente.

Inoltre, grazie al nostro lavoro sui territori, ci siamo resi conto che spesso il problema non è l’allocazione dei fondi, ma l’impossibilità o l’incapacità delle amministrazioni locali di saperli spendere.

Crediamo nella realizzazione di sportelli locali per facilitare l’accesso e l’utilizzo di questi fondi. Soprattutto in quelle zone depauperate dalla globalizzazione e affette da fuga di capitale umano. Crediamo che andare via debba essere una scelta. 

Per chi volesse scegliere di andare a lavorare nel resto d’Europa, vogliamo facilitare la ricerca di un posto di lavoro in tutta l’Unione. Vogliamo creare una vera e propria piattaforma europea del lavoro che permetta il collegamento tra disoccupati e datori di lavoro.

Vogliamo ampliare i servizi europei dell’occupazione (EURES). L’idea è quella di promuovere una migliore cooperazione con il settore privato per creare un mercato del lavoro solido e unito.

In sintesi, abbiamo bisogno dell’Europa per creare un terreno di gioco equo ovunque, con infrastrutture digitali e fisiche che permettano anche al più piccolo dei territori di essere connesso. 

Vogliamo fornire opportunità imprenditoriali sostenibili per tutti quei giovani che ad oggi o fanno parte di quella schiera di NEET italiani o hanno dovuto scegliere l’Europa perché la loro terra non aveva altro da offrire”.

Sempre con riferimento all’occupazione, un altro quesito riguarda la relazione tra Università e mondo del lavoro. Volt si interessa della questione? Che strumenti utilizzerebbe?

“La mancanza di dialogo tra le università italiane e il mondo del lavoro è una delle principali pecche del nostro paese. Avendo avuto la possibilità e l’onore di viaggiare molto nel nostro territorio, ho notato quanta fatica facciano gli imprenditori, soprattutto nel Sud italia, a trovare e reclutare personale qualificato. 

Ricordo un imprenditore a Matera che mi raccontava la sua disperazione nel non riuscire a trovare giovani specializzati perché le università non avevano corsi di formazione ad hoc basati sulle necessità industriali del territorio.

Inoltre altra causa che generava difficoltà per gli imprenditori era il fatto che pochissimi sono i giovani disposti a restare in territori molto spesso abbandonati a sé stessi. Credo che la soluzione a questo tipo di problema sia duplice. 

In primo luogo, è indispensabile che le università e gli istituti tecnici aprano dei tavoli di concertazione con il territorio per poter ascoltare e dare risposta alle sue esigenze industriali.

Se vogliamo contrastare la fuga di cervelli, è ora dunque anche di rivedere la nostra offerta formativa sia per favorire innovazione e imprenditoria locale, sia per permettere alle aziende già esistenti di poter attrarre manodopera locale.

Inoltre, e qui mi riaggancio alla domanda precedente, l’Europa deve tornare in nostro soccorso e direzionare fondi a grandi opere infrastrutturali tecnologiche che permettano ad ogni territorio di stare al passo con l’epoca del 5G”.

Scuola-Lavoro-Precari: Volt come pensa di risolvere il problema dei precari nel mondo della scuola e come pensa di risolvere il problema della mancanza di docenti di sostegno?

“Bisogna puntare alle assunzioni e smettere di trattare scuola e docenti come se fossero servizi non essenziali alla crescita del nostro Paese. Docenti e docenti di sostegno sono figure essenziali.

I docenti sono essenziali soprattutto in un momento come quello che stiamo vivendo, dove la scuola gioca un ruolo innegabile anche in relazione non solo alla formazione ma alla salute mentale dei singoli studenti e studentesse.

Oltre che a dare stabilità a questi insegnanti, credo che ci sia bisogno di reinventare la stessa formazione e metodologia scolastica. Il Covid potrebbe diventare un enorme possibilità di sperimentare nuovi metodi di insegnamento.

Basta volgere lo sguardo all’online, non necessariamente prendendo la stessa metodologia di didattica in presenza. Pensandola e adattandola ad un mezzo totalmente diverso, ma creando nuovi modi di fare lezione molto più vicini anche allo stesso mondo del lavoro.

E’ innegabile che dopo il Covid si andrà verso nuove forme di smart working e lavoro agile: dove è possibile, la scuola dovrebbe guidare questa transizione”.

Altra questione di massima è l’ambiente. Una politica di sensibilizzazione è iniziata da anni, tuttavia, nel concreto ancora ci sono moltissime cose da fare. Come pensa di intervenire Volt?

“Sensibilizzare sarebbe stata la cosa giusta da fare nel 1980. Ora è tempo di agire e agire vuol dire decarbonizzare, prima di tutto. Noi di Volt accogliamo con piacere la scelta di Draghi di creare il Mite, il ministero della Transizione ecologica. 

Ci auguriamo che questa scelta si traduca in politiche concrete che portino il nostro paese verso una transizione energetica ed ecologica in linea con le intenzioni Europee. Cioè di fare di un’economia sostenibile un volano di crescita per l’intero continente.

Un modo per agire in tempi rapidi e unitari è tramite la politica fiscale. Vogliamo introdurre una Carbon tax europea che però sposti la tassazione dal reddito e dal lavoro alle attività inquinanti.

Si potrebbe infatti alzare le accise sui prodotti energetici fossili, ed utilizzare le maggiori entrate per abbassare il cuneo fiscale, facendo però molta attenzione ad evitare che questa tassazione prenda la forma di “deprivazioni energetiche” e di compressione dei consumi energetici di sussistenza .

(i.e. una famiglia che vive nella periferia di una città o in campagna non servita da mezzi pubblici, spende in media di più di una famiglia che, vivendo in centro a Milano può lasciare la macchina a casa: sarebbe ingiusto che una tassazione del genere vada a colpire dunque i più deboli).

Allo stesso modo, alcune attività produttive sono particolarmente colpite dall’aumento del costo dell’energia (attività manifatturiere, colture estensive agricole, etc). Per questo motivo, il sistema di tassazione deve prevedere riduzioni ed esenzioni”. 

Coronavirus: Sta funzionando il sistema Vaccini dell’Unione Europea? Calcolando che già alcuni stati si sono tirati indietro? Come ad esempio l’Austria?

“Sui vaccini è innegabile dire che l’Europa sta fallendo non quanto istituzione ma quanto Unione. Credo sia sbagliato dare la colpa solo alle singole istituzioni europee. Ricordiamo infatti che l’Unione Europea è costituita sia dalle istituzioni comunitarie che si è data che dai paesi membri che la compongono. 

I Paesi membri in questa situazione anziché essere complementari, continuano a rallentarsi o sommarsi inutilmente. Infatti, l’UE  ha le sue colpe dichiarate nel aver tardato con l’approvazione.

Non solo è stata sicuramente troppo ottimista sulla produzione di massa e forse troppo fiduciosa che gli ordini sarebbero stati effettivamente consegnati in tempo. 

Tuttavia, questi errori sono stati aggravati dalla mancanza di piani nazionali che la stessa Commissione chiedeva già lo scorso ottobre. Priorità nella popolazione, logistica, strutture, personale, materiali e che molti paesi, come l’Italia, non hanno di fatto mai definito nel dettaglio.

Infine, questo mi sembra l’ennesimo caso in cui si chiede meno Europa, quando la soluzione sarebbe stata esattamente l’opposta prima di una crisi: averne di più. Se infatti avessimo avuto una forte agenzia europea in grado di produrre il vaccino, avremmo potuto assicurare una catena di distribuzione adeguata e una fornitura costante. 

C’è da dire che non si tratta di utopia ma di una cosa non solo probabile ma possibile dato che avremmo potuto unire la ricerca prodotta in tutta Europa già pagata dagli europei con i fondi Horizon Covid”.

Come muoversi verso il futuro?

“Da un lato, ciò che serve dall’Unione Europea è sicuramente più trasparenza sui contratti fatti con le BigPharma per capire dove sia stato l’intoppo. Dall’altro, serve che i nostri paesi smettano anche di utilizzare l’UE come capro espiatorio per le loro mancanze logistiche nazionali”.