L’Appia Antica: il cammino di una resistenza esistenziale nella V Satira di Orazio
Il progetto “L’Appia Antica. Una via per l’impero”, di Ambiente e Cultura Mediterranea, in armonia con l’inserimento della Via Appia. Regina Viarum nel Patrimonio mondiale UNESCO, dopo la fase di presentazione sul territorio, entra nel vivo della sua operatività scientifica con la pubblicazione degli atti.
Ad inaugurare questa serie di contributi è il saggio del Prof. Carlo Di Lieto, docente di Letteratura Italiana presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, che offre un’accurata esegesi della Quinta Satira del primo libro di Orazio, universalmente nota come Iter Brundisinum.
La ricerca di Di Lieto non si limita a una ricostruzione topografica del viaggio lungo la Regina Viarum, ma lascia immaginare come l’esperienza oraziana si cali nel duro realismo politico del 37 a.C. In questo scorcio di fine repubblica, la Via Appia non è solo un’infrastruttura viaria, ma lo spazio fisico e simbolico su cui viaggiano le fragili intese tra i triumviri: Ottaviano, Antonio e Lepido. Siamo al tramonto di un’era: il triumvirato è ormai un’alleanza oscillante, una tregua armata tra poteri ostili in lotta per l’egemonia su un mondo che, nato nel 509 a.C., si avvia inesorabilmente verso la definitiva trasformazione del 31 a.C.
In questo clima di precarietà e di feroci proscrizioni, emerge l’originalità del pensiero oraziano come forma di “resistenza alla storia”; se l’Appia conduceva i protagonisti verso i centri del potere di Roma e l’Oriente ellenistico, per Orazio essa diventa il cammino di una resistenza esistenziale; il poeta opera un vero e proprio paradosso narrativo: pur partecipando a una missione diplomatica di altissimo livello — il tentativo di pacificazione tra Ottaviano e Antonio — sceglie deliberatamente di de-storicizzare l’evento.
La “grande storia” scompare dietro il sermo cotidianus: l’attenzione si sposta sulle piccole asperità del reale, come le zanzare delle paludi pontine, il fumo di una villa a Trevico o il buffo litigio tra i mimi Sarmento e Messio. Orazio rifugge, infatti, l’eccezionalità del momento politico per rifugiarsi nell’amicizia e nell’autarchia interiore. L’incontro con Virgilio, Plozio Tucca e Vario Rufo trasforma il viaggio in un’esperienza di comunione intellettuale, celebrata nel celebre verso: “Nihil ego contulerim iucundo sanus amico” (Nulla, finché avrò senno, paragonerò a un caro amico).
Carlo Di Lieto coglie magistralmente il pulsare dell’animo oraziano, interpretando la Via Appia come un palinsesto storico-culturale: lungo il percorso, la presenza dei sepolcri introduce il tema della memoria e della morte, prefigurando il ruolo della strada come asse di transizione dal mondo pagano a quello cristiano.
Il viaggio diventa così una “pulsione viatoria” che non mira a una meta geografica, ma a una cura dell’anima. Citando Seneca e Socrate, l’autore osserva come Orazio sappia bene che il viaggiare non possa guarire i tormenti interni se non è accompagnato da un lavoro su sé stessi; non serve cambiare caelum per trovare la pace; la vera serenità si raggiunge educando lo spirito attraverso ratio et prudentia.
In definitiva, l’Appia di Orazio è il racconto di una “bonaria normalità”: il cammino di un uomo libero che, pur muovendosi tra i giganti che si spartivano l’impero, rivendica la semplicità della vita e la sovranità della propria dimensione interiore.
Il testo originale dell’editoriale del Prof. Di Lieto è consultabile su: https://www.ambienteculturamediterranea.it/appia-antica-2026