Morto Milton Glaser, artista della grafica che inventò il logo «I Love New York»

2 settimane fa
27 Giugno 2020
di redazione

Morto Milton Glaser, artista della grafica che inventò il logo «I Love New York». Padre del Push Pin Style, studiò in Italia, espose al Louvre ed espresse il senso degli anni Sessanta nel manifesto di Bob Dylan. Domanda a bruciapelo: provate a dire il nome di un grafico famoso. Se non siete del settore, è probabile che faticherete un bel po’ prima di trovare un nome.

Ma, se non siete del settore, è anche probabile che, forse, il nome che vi verrebbe in mente per primo è quello di Milton Glaser. L’artista (mettiamo subito in chiaro le cose) americano è morto venerdì sera, nel giorno del suo 91esimo compleanno: la sua vita e la sua carriera di grafico, di maestro della comunicazione, di guru del visual desgin, era stata onorata con i massimi riconoscimenti civili e professionali. Di più non poteva avere. Eppure non è di questo che poteva vantarsi.

La mostra Louvre sostenuta da Olivetti

E dire, prendiamola alla larga, che poteva essere soddisfatto già verso i 40 anni, quando aveva ottenuto una mostra al Louvre (con i soci del Pushpin Studio). La mostra è stata sostenuta da Olivetti (per cui disegnò un manifesto rimasto celebre): celebrava il Push Pin Style. Milton Glaser, con una infilata di strepitose creazioni grafiche aveva creato  e con una durata che gli fece attraversare da protagonista assoluto almeno gli anni Sessanta e Settanta. Parliamo qui (purtroppo solo) di due immagini divenute, giustamente, stranote.

La copertina e il poster dedicati a Bob Dylan (1966). La silhouette del cantante richiama un altro famoso manifesto d’artista: quello di Duchamp per un suo, notevole, exploit parigino. Glaser riprende quel motivo (profilo nero dell’artista) e aggiunge la psichedelia di quegli anni. contribuendo a crearla e a diffonderla, facendone un manifesto di un decennio denso di figli dei fiori, cultura della contestazione, esplosione di colore, giovani che vogliono prendere il potere. Le onde che attraversano la capigliatura di Dylan sono l’espressione massima della vitalità.

Quando i Beatles si fecero cartoni. «Yellow Submarine» compie 50 anni

Quell’immagine subirà parodie, citazioni, echi, richiami. E se per caso avete in mente Yellow Submarine dei Beatles o le copertine coloratissime di John Alcorn  siete sulla strada giusta. Quello stile era la perfetta descrizione della temperie dei tempi e raramente un mondo visivo è diventato così immediatamente identificabile.

La nascita del logo «I Love NY»

Non bastasse, ecco quello che successe pochi anni più tardi. Milton Glaser sta chiacchierando con la moglie (sua ex compagna di studi grafici), e lei gli dice che ha ormai paura di uscire per le strade di New York. Il clima (sociale) è quello: sparatorie, rapine, tensioni, poliziotti, droga, corruzione, rivolte. Ci vuole uno scatto di orgoglio. La città cerca un simbolo nel quale riconoscersi.

Glaser lavora a un logo che possa visualizzarlo. Leggenda narra che si trovasse in un taxi mentre gli venne l’idea. Di una semplicità disarmante: quattro segni grafici di incredibile semplicità: tre lettere (una parola, I e una sigla, NY) e un grafema, il cuore. Leggi le ultime su Mara Venier

«I Love New York»

«I Love New York» è un’emozione: molto più che un logo. È un ragionamento in un lampo, una dichiarazione di forza e orgoglio, di potenza icastica ragguardevole: se Woody Allen ci metterà oltre un’ora di sublime pellicola (dico Manhattan), Glaser consegna quell’amore in un batter di ciglia. E lo espande in tutto il mondo. Non c’è, nella cultura visiva americana, segno altrettanto forte (forse solo la scritta Coca-Cola): divide il suo potere di riconoscibilità e influenza con qualche quadro di Hopper, con American Gothic di Grant Wood e, per stare nel campo della grafica, con la vista del mondo da New York di Saul Steinberg.

Ma nessuno di questi lo batte per intensità e riconoscibilità. Più volte Glaser ha detto di essere meravigliato di quello che successe con quel logo, diventato un’icona planetaria (una sorta di emoji ben prima che esistessero) e fatto proprio da non so quante città. Talmente iconico da identificarsi con la città, come se fosse sempre esistito: non a caso non ha senso riprodurlo qui.

Gli studi a Bologna e l’amore per l’Italia

Ci limitiamo a una cosa più rara e preziosa, lo sketch che Glaser con una matita rossa di grana selvatica traccio su un foglio improvvisato: giustamente, il Moma (cui fu donato dall’artista) lo annovera nelle sue collezioni. Milton Glaser, insomma, è stato la personificazione, per un bel tratto della sua vita, del potere e della qualità della grafica. E stiamo parlando di un’epoca nella quale i disegni si facevano a mano, le idee (pittoriche) dei grafici dovevano essere tradotte con la perizia della mano, in cui il pc non esisteva.

Amava l’Italia e i classici, Milton Glaser: il suo pittore preferito era Piero della Francesca, aveva studiato a Bologna e amava Morandi. Con lui se ne va un gigante di quel modo di esprimersi che fatica a entrare nel campo dell’arte (sciocche etichette ottocentesche), e che, invece, vi appartiene a pieno titolo. Nessuno merita più di lui (e Steinberg) di stare nei musei, accanto agli amati maestri della pittura. Fonte: IL SOLE 24 ORE