‘Ndrangheta, indagato anche Flavio Tosi, ex sindaco di Verona.

1 mese fa
4 Giugno 2020
di redazione

‘Ndrangheta, indagato anche Flavio Tosi, ex sindaco di Verona. Una cosca della ‘ndrangheta autonoma ma riconducibile al gruppo degli Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, è stata sgominata questa mattina a Verona. L’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia ha portato all’emissione da parte del Gip di 26 misure cautelari nei confronti di altrettanti soggetti accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, truffa, riciclaggio, estorsione, traffico di droga, corruzione, turbata libertà degli incanti, trasferimento fraudolento di beni e fatture false. Nel mirino degli inquirenti il boss Antonio Giardino e l’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, indagato per peculato.

Dopo il blitz di stamattina 17 persone sono finite in carcere mentre altre sei agli arresti domiciliari e per tre  è disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Le indagini sono condotte tra il 2017 ed il 2018 da un gruppo di lavoro composto dagli investigatori della prima divisione del Servizio Centrale Operativo (Sco) della Polizia e dagli agenti delle squadre mobili di Verona e Venezia, che hanno individuato quelli che vengono considerati “gravi indizi” relativi alla presenza della locale di ‘Ndrangheta a Verona.

La figura di Antonio Giardino

Dall’inchiesta è emerso che la figura chiave era quella di Antonio Giardino, definito dagli inquirenti un pezzo da novanta della ‘Ndrangheta di Isola di Capo Rizzuto. Due funzionari dell’Amia, l’azienda veronese per l’igiene urbana, sono posti agli arresti domiciliari per aver intrattenuto rapporti con l’organizzazione. Delle 26 misure cautelari, 16 sono per associazione mafiosa.

Gli inquirenti hanno effettuato sequestri per 15 milioni su beni immobili e quote societarie. Il business ruotava principalmente attorno al riciclaggio di ingenti quantità di denaro provenienti dallo spaccio di droga. Francesco Messina, direttore del Dac, direzione centrale anticrimine della Polizia, ha spiegato i contorni dell’inchiesta: “L’attività non nasce da notizia di reato ma da monitoraggio di attività anche imprenditoriali sul territorio che hanno portato ad attenzionare  alcuni soggetti che non sembravano far parte di organizzazioni criminali”. Il Procuratore antimafia Bruno Cherchi ha definito molto allarmante la situazione, visto che non si parla più di infiltrazione in Veneto bensì di presenza radicata.

Situazione pericolosa e allarmante

“In Veneto ci sono poche ipotesi di usura e attività violenta. Ci sono – ha detto Cherchi – contatti con la pubblica amministrazione che sono nuovi per il Veneto. È una situazione molto pericolosa e allarmante. Un segnale d’allarme che al di là delle indagini dovrebbe interessare e allarmare tutti,  anche la società civile. Significa che c’e la possibilità di un contatto tra la struttura politico amministrativa e la criminalità organizzata”.

Il Procuratore antimafia ha aggiunto: “Ancora una volta abbiamo potuto evidenziare che la ‘Ndrangheta ha valorizzato dei rapporti diversi dalla casa madre con imprese fittizie. Riciclavano denaro coinvolgendo imprenditori specie edili e uomini della Pubblica amministrazione compiacenti; creando fondi cassa che poi erano utilizzati per le più avariate attività criminali a cominciare dallo spaccio di stupefacenti.

Quanto accaduto nel Veronese – ha concluso – conferma quanto accaduto in altri luoghi del Veneto ed è preoccupante”. A muovere i fili era il boss della ‘Ndrangheta Antonio Gardino, soprannominato Totareddu, uomo vicino alla cosca Arena-Nicoscia. L’attività del gruppo criminale ha portato al sequestro di 15 milioni di euro; frutto di un’attività volta al riciclaggio ed allo spaccio di droga, con società fittizie che evadevano il fisco e creavano provviste di denaro.

Non si trattava di un fenomeno mafioso tradizionale bensì ben organizzato che ha coinvolto la società municipalizzata veronese Amia per lo smaltimento dei rifiuti.

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