Premio cultura a Wanna Marchi e alla figlia: quando i valori vengono capovolti
C’è da rimanere profondamente sconcertati
Premio cultura a Wanna Marchi e alla figlia: quando i valori vengono capovolti. C’è da rimanere profondamente sconcertati davanti alla notizia del conferimento del cosiddetto Premio Internazionale della Cultura a Wanna Marchi e Stefania Nobile, riconoscimento assegnato lo scorso 23 settembre nella Sala della Protomoteca del Campidoglio per i loro “libri”.
È doveroso precisare che si tratta di un’iniziativa privata e non di un premio istituito da Roma Capitale; proprio per questo, tuttavia, la questione non perde il suo significato culturale e morale.
La mia non vuole essere una condanna delle persone, né una negazione del diritto di chiunque a raccontare la propria storia o a pubblicare un libro. Il problema è un altro: che cosa intendiamo oggi quando utilizziamo parole importanti come “cultura”, “merito” e “riconoscimento”?
La cultura dovrebbe rappresentare la ricerca della verità, della bellezza, della conoscenza e della crescita umana. Un premio alla cultura dovrebbe valorizzare, almeno idealmente, chi ha contribuito con il proprio talento, il proprio studio, la propria arte, il proprio impegno civile o il proprio servizio al bene comune ad arricchire la società.
Per questo una simile scelta lascia amareggiati e pone una domanda che non possiamo eludere.
Quale messaggio consegniamo ai nostri giovani?
Che cosa pensa un ragazzo che studia, si impegna, rispetta le regole, lavora onestamente e magari attende per anni un piccolo riconoscimento senza mai riceverlo? Che cosa pensa un insegnante che dedica la propria vita alla formazione? Un artista che crea senza clamore?
Un ricercatore che trascorre anni nel silenzio del proprio laboratorio? Un volontario che presta gratuitamente il proprio tempo agli altri? Un cittadino che ogni giorno sceglie la strada più difficile, quella dell’onestà, della responsabilità e della rettitudine?
Il rischio è che si finisca per trasmettere un messaggio devastante: che la notorietà conti più del merito, che il clamore valga più della serietà e che anche una storia segnata da vicende giudiziarie possa trasformarsi, col tempo, in un titolo di prestigio. È proprio questo capovolgimento dei valori che dovrebbe preoccuparci.
Una società sana non può smarrire la differenza tra popolarità e autorevolezza, successo e merito, notorietà e valore. E soprattutto non può permettersi di umiliare, anche indirettamente, tutte quelle persone perbene che fanno il proprio dovere senza finire sui giornali, senza milioni di visualizzazioni e senza ricevere premi.
Non si tratta di negare a nessuno la possibilità di cambiare, di riscattarsi o di ricostruire la propria vita. Il riscatto personale è un valore e ogni persona ha diritto a una seconda possibilità. Ma una cosa è riconoscere un percorso umano; un’altra è attribuire un riconoscimento che porta nel proprio stesso nome la parola “Cultura”.
La cultura, se vuole continuare ad avere un significato, deve conservare una soglia di serietà
Perché quando premiamo ciò che fa discutere soltanto perché fa parlare, rischiamo di mandare in pensione la meritocrazia. E quando la meritocrazia viene messa da parte, a pagare il prezzo più alto sono proprio i cittadini onesti, silenziosi e laboriosi, quelli che non fanno rumore, ma che ogni giorno tengono in piedi questo Paese.
Non vorrei vivere in una società nella quale per essere riconosciuti occorra prima diventare famosi, controversi o scandalosi. Vorrei invece una società nella quale un giovane possa ancora credere che studiare, lavorare, essere onesti, rispettare gli altri, servire il prossimo e costruire qualcosa di buono abbiano un valore.
Perché se anche questi valori diventassero motivo di ingenuità, mentre il clamore diventasse una strada per ottenere prestigio, allora il problema non sarebbe più soltanto un premio. Sarebbe il segnale di una società che sta smarrendo il senso delle parole e, con esse, il valore fondamentale dell’onestà intellettuale.
don Pietro D’Angelo teologo e prof. di storia e filosofia