Silvia Romano: “sento gli occhi addosso ma il mio velo è simbolo di libertà”

1 mese fa
6 Luglio 2020
di redazione

Silvia Romano: “Così sono diventata Aisha, sento gli occhi addosso ma il mio velo è simbolo di libertà”. Parla per la prima volta dopo la liberazione la giovane milanese rapita nel novembre 2018 in Kenya parla della sua conversione. Era lì come volontaria dell’associazione «Africa Milele»

Parla per la prima volta da quanto lo scorso 10 maggio è rientrata in Italia, Aisha Silvia Romano, la 25enne milanese rapita nel novembre 2018 nel villaggio di Chakama in Kenya mentre era lì come volontaria dell’associazione «Africa Milele». E la sua prima intervista la Romano la rilascia a Davide Piccardo, coordinatore del Caim, il coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, sul sito «La Luce», di cui Piccardo è il direttore editoriale.

Nell’intervista Romano racconta che durante la prigionia era «disperata perché, nonostante alcune distrazioni come studiare l’arabo, vivevo nella paura dell’incertezza del mio destino». E aggiunge: «Più il tempo passava e più sentivo nel cuore che solo Lui poteva aiutarmi e mi stava mostrando come. La fede ha diversi gradi e la mia si è sviluppata con il tempo. Sicuramente dopo aver accettato la fede islamica guardavo al mio destino con serenità nell’anima».

Tornata nella sua città natale – Milano – e rientrata nell’appartamento che condivide con la mamma e la sorella, al Casoretto, Romano racconta anche com’è vivere oggi con il velo, dopo essersi convertita all’Islam durante i mesi di prigionia nella mani dei terroristi di Al-Shabaab.

Gli occhi della gente

«Quando vado in giro sento gli occhi della gente addosso, non so se mi riconoscono o se mi guardano semplicemente per il velo. Ma non mi dà particolarmente fastidio. Sento la mia anima libera e protetta da Dio. Per me il mio velo è un simbolo di libertà. In metro o in autobus credo colpisca il fatto che sono italiana e vestita così». Ma è convinta della sua conversione: «Sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima».

Proprio in merito alla sua conversione – che al suo rientro è stata a lungo dibattuta – Romano ricorda come è avvenuta: «Nel momento in cui fui rapita, iniziando la camminata, iniziai a pensare: io sono venuta a fare volontariato, stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? È un caso che sia stata presa io e non un’altra ragazza? È un caso o qualcuno lo ha deciso? Leggi le notizie dell’ultima ora

Queste domande

Queste prime domande – spiega la volontaria – credo mi abbiano già avvicinato a Dio, inconsciamente. Ho iniziato da lì un percorso di ricerca interiore fatto di domande esistenziali. Mentre camminavo, più mi chiedevo se fosse il caso o il mio destino, più soffrivo perché non avevo la risposta, ma avevo il bisogno di trovarla». Il momento rivelatore è stato però «dopo quella lunga marcia, quando ero già nella mia prigione: lì ho iniziato a pensare: forse Dio mi ha punito.  Forse Dio mi stava punendo per i miei peccati, perché non credevo in Lui, perché ero anni luce lontana da Lui».

E ancora, Romano ripercorre i passi della sua adesione all’Islam: «Un altro momento importante è stato a gennaio, ero in Somalia in una stanza di una prigione, da pochi giorni. Era notte e stavo dormendo quando sentii per la prima volta nella mia vita un bombardamento, in seguito al rumore di droni. In una situazione di terrore del genere e vicino alla morte iniziai a pregare Dio chiedendogli di salvarmi perché volevo rivedere la mia famiglia; Gli chiedevo un’altra possibilità perché avevo davvero paura di morire. Quella è stata la prima volta in cui mi sono rivolta a Lui». Repubblica

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