Suicidio medicalmente assistito, primo caso in Liguria: morto 56enne affetto da sclerosi multipla
Silvano, malato da quasi trent’anni, è il dodicesimo caso in Italia dopo la sentenza della Consulta del 2019. «La mia scelta è dire basta alle sofferenze», ha scritto prima di morire
Suicidio medicalmente assistito, primo caso in Liguria: morto 56enne affetto da sclerosi multipla. Silvano, malato da quasi trent’anni, è il dodicesimo caso in Italia dopo la sentenza della Consulta del 2019. «La mia scelta è dire basta alle sofferenze», ha scritto prima di morire.
Si chiamava Silvano, aveva 56 anni ed era originario di Genova. È morto lo scorso 26 febbraio dopo aver scelto il suicidio medicalmente assistito. Si tratta del primo caso registrato in Liguria e del dodicesimo in Italia da quando, nel 2019, la Corte costituzionale con la sentenza 242 sul caso Cappato/Antoniani ha fissato le condizioni per accedere alla procedura.
Affetto da sclerosi multipla progressiva da quasi trent’anni, Silvano aveva presentato il 24 febbraio 2025 alla Asl la richiesta di verifica dei requisiti previsti dalla Consulta.
A giugno l’azienda sanitaria aveva riconosciuto la presenza delle condizioni necessarie, senza però fornire indicazioni operative. Solo dopo diverse diffide formali, inoltrate dai legali coordinati dall’avvocata Filomena Gallo dell’Associazione Luca Coscioni, a ottobre è arrivata la relazione tecnica completa.
A un anno dalla prima istanza, Silvano ha deciso di andare avanti. Il farmaco e le apparecchiature sono stati messi a disposizione dal Servizio sanitario nazionale.
Non essendoci medici dell’Asl disponibili a seguire l’iter, l’assistenza è stata garantita dal dottor Mario Riccio, anestesista e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni, già noto per il caso Welby nel 2006.
La malattia aveva ormai compromesso in modo irreversibile la sua qualità di vita. Tetraplegico, con gravi difficoltà nel comunicare e nel deglutire, dipendeva costantemente da altre persone per alimentarsi, assumere farmaci e spostarsi.
Portava un catetere vescicale permanente ed era sottoposto a manovre meccaniche per l’evacuazione. Le sue condizioni cliniche, secondo quanto riferito, erano diventate per lui insostenibili.
In un messaggio lasciato prima della morte, Silvano ha spiegato le motivazioni della sua decisione: «La mia libertà di scelta è quella di dire basta alle sofferenze, è amore per me, per chi sono e sono stato».
Ha espresso l’auspicio che la sua vicenda possa aiutare altre persone nella stessa situazione a non dover cercare soluzioni all’estero. Alla Regione Liguria ha chiesto tempi certi nelle risposte, mentre al Parlamento ha sollecitato una legge chiara sul fine vita affinché «il silenzio non sia più fonte di sofferenza».
L’Associazione Luca Coscioni, che ha seguito il percorso, evidenzia come quello di Silvano sia il nono caso accompagnato dall’organizzazione e ribadisce la necessità di procedure omogenee su tutto il territorio nazionale.
Secondo l’avvocata Gallo, la pronuncia della Corte costituzionale rappresenta un obbligo per le strutture sanitarie, chiamate a fornire risposte tempestive quando ricorrono le condizioni previste.
Anche Marco Cappato sottolinea che il diritto al suicidio medicalmente assistito è già riconosciuto dalla giurisprudenza, ma che l’assenza di una normativa organica continua a generare ritardi e difficoltà applicative.
La vicenda riaccende così il dibattito sul fine vita in Italia, dove l’accesso alla procedura resta spesso legato all’iniziativa personale e a sollecitazioni formali nei confronti delle amministrazioni.
Per Silvano, dopo tre decenni di malattia, la decisione è maturata al termine di un percorso durato dodici mesi, con la speranza che in futuro altri non debbano affrontare la stessa attesa.