Ucciso perché somigliava a un camorrista, lo straziante appello della figlia

Ucciso perché somigliava a un camorrista, la figlia di Mario Ferrillo chiede giustizia
di redazione
3 settimane fa
23 Marzo 2021

Ucciso perché somigliava a un camorrista, lo straziante appello della figlia. Ucciso dalla camorra per uno scambio di persona, riconosciuto vittima innocente solo venti anni dopo, ma con una vera e propria beffa.

Il riconoscimento è arrivato troppo tardi, quando ormai il risarcimento previsto per la famiglia era bloccato dalla prescrizione. È la sorte che è toccata a Mario Ferrillo, impresario teatrale di Calvizzano (Napoli) ammazzato a colpi di pistola a Licola nel 1986.

La figlia, Marianna Ferrillo, però, non si arrende e ha rivolto un accorato e straziante appello al presidente Sergio Mattarella per chiedere “giustizia per mio padre, vittima innocente di camorra”.

Il luogo e il momento sbagliato

Era il 5 novembre 1986, Mario Ferrillo aveva 41 anni. Quel giorno era nel negozio di un suo amico a Licola, frazione di Pozzuoli (Napoli), sul litorale domitio. I killer di camorra arrivarono alle sue spalle, lo chiamarono e aprirono il fuoco.

Ma, pronunciarono un altro nome, non quello del padre. “I killer prima di sparare lo chiamarono Gennaro – scrive la figlia – dopo un mese, nello stesso luogo, uccisero un certo Gennaro Troise, esponente malavitoso.

Era proprio lui il bersaglio e la loro straordinaria e incredibile somiglianza fisica portò i killer, giorni prima, a sbagliare persona, ma mio padre era un uomo perbene, mentre l’altro era un temuto camorrista”.

Nella fase iniziale delle indagini si parlò di una vendetta della camorra dopo un rifiuto di pagare la tangente sugli spettacoli musicali, ma successivamente gli inquirenti ricostruirono un quadro diverso: Ferrillo aveva pagato con la vita una somiglianza impressionante con Troise.

“Io – continua la lettera della figlia – all’epoca avevo dieci anni e mia madre ha cresciuto noi quattro figli, portando dentro un grande dolore, ma con la dignità di grande lavoratrice, dandoci istruzione e trasmettendoci educazione e rispetto”.

Mai individuati i sicari

I sicari non vennero mai individuati, il caso fu archiviato senza colpevoli nel 1987; e non ci fu il riconoscimento da parte dello Stato di vittima innocente della criminalità organizzata.

“L’umiliazione per mia madre fu grande quando le dissero che non le spettava niente e che sarebbe stato meglio per mio padre e per noi che fosse morto ‘cadendo da un’impalcatura. magari così glielo pagavano’ parole che lei ha ripetuto per anni con gli occhi pieni di lacrime”.

Nel 2007 la famiglia Ferrillo, appellandosi alla legge 302/90 per le vittime di mafia, ottenne una sentenza favorevole per il riconoscimento come vittima innocente ma per il risarcimento era ormai scattata la prescrizione.

“Nel suo discorso del 21 marzo – conclude Marianna Ferrillo, rivolgendosi a Mattarella – lei ha detto che ogni uomo ha diritto alla vita; la stessa che al mio papà è tolta. Mio padre nessuno me lo ridarà indietro, ma per il dolore che è inflitto a mia madre e a tutta la famiglia chiedo giustizia”.

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