Andrea Foriglio: l’equipollenza dell’osteopatia e l’entrata nel Servizio Sanitario Nazionale alza lo standard della professione. Una buona notizia per i pazienti

Per anni l’osteopatia in Italia ha vissuto una condizione particolare: era già entrata nella vita delle persone, ma non era ancora entrata fino in fondo nel sistema

Redazione
Andrea Foriglio: l’equipollenza dell’osteopatia e l’entrata nel Servizio Sanitario Nazionale alza lo standard della professione. Una buona notizia per i pazienti

Andrea Foriglio: l’equipollenza dell’osteopatia e l’entrata nel Servizio Sanitario Nazionale alza lo standard della professione. Una buona notizia per i pazienti.

Per anni l’osteopatia in Italia ha vissuto una condizione particolare: era già entrata nella vita delle persone, ma non era ancora entrata fino in fondo nel sistema. I pazienti la cercavano, la consigliavano, ne parlavano dopo aver trovato beneficio, spesso dopo aver provato altre strade senza ottenere il risultato sperato.

Eppure, sul piano istituzionale, mancava ancora quel passaggio definitivo capace di dare una cornice chiara a una professione che, nel frattempo, continuava a crescere.

Oggi quel passaggio è arrivato. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del DPCM del 25 marzo 2026 sull’equipollenza dei titoli pregressi e sulla valutazione dell’esperienza professionale, si completa il percorso previsto dalla Legge 3 del 2018, che ha istituito la professione sanitaria di osteopata. ANSA ha sintetizzato la notizia parlando di ingresso definitivo dell’osteopatia nel Servizio Sanitario Nazionale.

Ma sarebbe un errore leggere questa notizia come una semplice vittoria di categoria. Sarebbe una lettura piccola, quasi sindacale, mentre qui siamo davanti a qualcosa di molto più grande: un passaggio culturale. Perché quando una professione sanitaria viene riconosciuta, non riceve solo un titolo, riceve una responsabilità.

Da quel momento non basta più essere richiesti, seguiti, apprezzati o popolari. Bisogna dimostrare ogni giorno di essere all’altezza di ciò che quel riconoscimento comporta. Ed è proprio qui che, a mio avviso, comincia la parte più interessante.

Il riconoscimento istituzionale non trasforma automaticamente ogni osteopata in un professionista eccellente. Questo va detto con estrema chiarezza. Una legge non crea competenza, un decreto non sostituisce lo studio, una cornice normativa non rende autorevole chi non ha profondità clinica, esperienza, metodo e senso di responsabilità. Però una cosa la cambia: costringe tutto il settore ad alzare lo standard. E questa è una buona notizia, soprattutto per i pazienti.

Negli ultimi anni l’osteopatia è stata raccontata spesso in modo superficiale. A volte come una pratica quasi misteriosa, altre volte come una semplice tecnica manuale, altre ancora come lo spettacolo del “crack” da social, dove sembra che il valore di un trattamento sia proporzionale al rumore che produce.

Questa visione è povera, riduttiva e, in alcuni casi, dannosa. L’osteopatia seria è un’altra cosa. È valutazione, ascolto, ragionamento, capacità di comprendere se un paziente è di competenza osteopatica oppure se deve essere inviato a un medico o a un altro professionista sanitario. È lettura del corpo, della postura, del movimento, della storia clinica, delle abitudini quotidiane e del modo in cui una persona vive, lavora, dorme, si muove e gestisce lo stress.

Il paziente non è una schiena, non è un collo, non è una risonanza magnetica e non è una diagnosi scritta su un referto. Il paziente è una persona intera. Questa sembra una frase semplice, quasi scontata, ma nella pratica quotidiana della salute viene dimenticata più spesso di quanto si pensi.

Molte persone arrivano da un professionista dopo mesi o anni di dolore portandosi dietro una cartellina piena di esami, ma con pochissime risposte reali. Hanno nomi tecnici, immagini diagnostiche, parole complicate, ma continuano ad avere dolore. Ed è lì che serve un cambio di prospettiva: non basta guardare dove fa male, bisogna capire perché quel dolore è arrivato, perché resta e cosa lo mantiene vivo nel tempo.

Viviamo in un’epoca in cui il dolore muscolo-scheletrico è diventato quasi normale. Persone che si svegliano rigide al mattino, professionisti che passano dieci ore al computer, imprenditori che convivono con cervicali costanti, uomini e donne che prendono antinfiammatori per andare avanti e considerano il dolore una specie di tassa inevitabile della vita adulta.

Questa, però, è una sconfitta culturale. Il dolore non dovrebbe diventare abitudine, identità, rassegnazione. Non dovrebbe essere liquidato con frasi come “ormai ci convivo” o “alla mia età è normale”. No, non è normale vivere limitati nel proprio corpo. È frequente, purtroppo, ma frequente e normale non sono la stessa cosa.

Ed è proprio qui che l’osteopatia può avere un ruolo importante nel futuro della sanità. Non come alternativa alla medicina, non come disciplina in competizione con altre professioni, non come scorciatoia miracolosa, ma come parte di una visione più moderna, più preventiva e più intelligente della salute.

La sanità del futuro non potrà più permettersi di intervenire solo quando il problema è esploso. Dovrà imparare a intercettare prima, a educare meglio, a prevenire di più, a far dialogare le professioni tra loro. Perché un paziente non ha bisogno di guerre tra categorie. Ha bisogno di soluzioni.

Su Capitalist questo tema assume ancora più valore, perché la salute non è solo una questione sanitaria: è una questione economica, produttiva, imprenditoriale. La salute è il primo capitale. Prima del denaro, prima degli immobili, prima degli investimenti, prima dell’azienda, prima del personal brand. Puoi avere tutto, ma se il corpo inizia a cedere, tutto il resto perde forza. Un imprenditore con dolore cronico lavora peggio, un manager che dorme male decide peggio, un professionista bloccato dalla cervicale produce meno, una persona limitata dal mal di schiena si muove meno, si assenta di più, rende meno e vive peggio. Parliamo continuamente di performance, leadership, crescita, produttività e visione, ma troppo spesso dimentichiamo la base: il corpo.

Il corpo è l’infrastruttura invisibile della nostra vita. Quando funziona, lo diamo per scontato. Quando si blocca, ci accorgiamo che tutto dipende da lui. La qualità del lavoro, delle relazioni, del sonno, dell’energia mentale e persino dell’umore passa anche da lì. Per questo considero il riconoscimento dell’osteopatia un passaggio importante: perché contribuisce a riportare al centro temi come postura, movimento, prevenzione e dolore, che per troppo tempo sono stati trattati come fastidi secondari invece che come elementi centrali della qualità della vita.

Naturalmente, questo nuovo scenario obbliga anche noi osteopati a guardarci allo specchio. Da oggi in poi non basterà più dire “sono osteopata”. Bisognerà dimostrarlo con la preparazione, con l’aggiornamento, con la capacità di valutare, con il coraggio di dire a un paziente “questo caso non è di mia competenza” quando serve, con l’umiltà di collaborare con altre figure e con la forza di costruire percorsi seri, non trattamenti fotocopia.

Chi ha sempre lavorato con rigore accoglierà questa fase con entusiasmo. Chi invece ha vissuto di improvvisazione, slogan facili, manipolazioni scenografiche e comunicazione senza sostanza, farà più fatica. Ed è giusto così, perché ogni settore, quando diventa maturo, seleziona.

Il riconoscimento istituzionale è il punto in cui inizia una responsabilità più grande. Per anni l’osteopatia ha chiesto di essere riconosciuta. Ora che il percorso si completa, la domanda cambia: l’osteopatia italiana sarà all’altezza del riconoscimento ricevuto? Io credo di sì, ma solo se avrà il coraggio di scegliere la strada dell’eccellenza, del rigore e dei risultati concreti, lasciando fuori tutto ciò che crea confusione, spettacolarizzazione e promesse vuote.

Perché il paziente cerca competenza. Cerca qualcuno che sappia spiegargli cosa sta accadendo al suo corpo. Cerca libertà. Libertà di muoversi, di dormire, di lavorare, di allenarsi, di giocare con i figli, di viaggiare, di vivere senza avere sempre paura che quel dolore torni a comandare la giornata.

Questa è la vera missione. Il decreto apre una porta, ma dentro quella porta devono entrare professionisti preparati, responsabili e consapevoli del peso che hanno sulla vita delle persone. Perché quando lavori sul corpo di qualcuno, non stai trattando soltanto muscoli, articolazioni o vertebre.

Stai toccando la sua autonomia, la sua sicurezza, la sua energia, la sua quotidianità. In una parola: la sua vita. E se oggi l’Italia inizia finalmente a riconoscerlo, allora questo non è solo un giorno importante per l’osteopatia. È un giorno importante per l’idea stessa di salute che vogliamo costruire nei prossimi anni.

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