Pamela Genini, l’orrore dopo il delitto: la Procura stringe il cerchio su Francesco Dolci

C’è un punto, nella vicenda di Pamela Genini, in cui la cronaca sembra superare perfino l’immaginabile

Redazione
Pamela Genini, l’orrore dopo il delitto: la Procura stringe il cerchio su Francesco Dolci

Pamela Genini, l’orrore dopo il delitto: la Procura stringe il cerchio su Francesco Dolci. C’è un punto, nella vicenda di Pamela Genini, in cui la cronaca sembra superare perfino l’immaginabile.

Non soltanto il femminicidio della giovane donna, uccisa con 76 coltellate nell’ottobre del 2025. Ma ciò che sarebbe accaduto dopo, mesi più tardi, nel silenzio di un cimitero della Valle Imagna: una bara aperta, un corpo decapitato, una testa sparita nel nulla.

Ed è proprio attorno a quell’orrore che oggi ruota l’indagine della Procura di Bergamo, che ha iscritto nel registro degli indagati Francesco Dolci, ex compagno della vittima. Una svolta che ha cambiato completamente il volto dell’inchiesta.

Pamela Genini aveva 29 anni. La sera del 14 ottobre 2025 venne assassinata in un appartamento di Milano. Per quell’omicidio è detenuto Gianluca Soncin, accusato di averla colpita decine di volte al culmine di una relazione tormentata.

Il caso aveva già profondamente colpito l’opinione pubblica per la brutalità del delitto. Ma nessuno poteva immaginare che, mesi dopo la sepoltura, la vicenda avrebbe assunto contorni ancora più inquietanti.

Il 23 marzo 2026, durante il trasferimento del feretro nel cimitero di Strozza, gli addetti alle operazioni si accorgono che qualcosa non va. Quando la bara viene aperta, emerge una scena agghiacciante: il corpo di Pamela è senza testa.

La scoperta paralizza tutti i presenti

Gli investigatori capiscono immediatamente di trovarsi davanti a qualcosa di eccezionale. La Procura apre un fascicolo per vilipendio di cadavere, profanazione di sepolcro e furto di resti umani. Da quel momento prende il via un’indagine delicatissima.

Secondo i primi accertamenti tecnici, il feretro non sarebbe stato danneggiato casualmente. Qualcuno lo avrebbe aperto con metodo e poi richiuso con attenzione per nascondere la manomissione. Le viti risultavano alterate. I sigilli compromessi.

Lungo i bordi della bara sarebbe stato applicato nuovo silicone. Dettagli che, per gli investigatori, raccontano un’operazione compiuta con freddezza e lucidità. L’ipotesi è che la profanazione sia avvenuta poche settimane dopo il funerale, probabilmente tra la fine di ottobre e novembre del 2025.

Chi ha agito avrebbe scelto la notte, entrando nel cimitero senza attirare attenzione. Ed è qui che, lentamente, emerge il nome di Francesco Dolci. Imprenditore edile bergamasco, Dolci aveva avuto una relazione con Pamela Genini.

Anche dopo la fine del rapporto, però, il legame tra i due non si sarebbe mai interrotto del tutto. Dopo il femminicidio, l’uomo era apparso più volte in televisione raccontando il proprio dolore e sostenendo di aver tentato di aiutare Pamela nei giorni precedenti alla morte.

Aveva spiegato di aver cercato di proteggerla. Di aver contattato le forze dell’ordine. Di essere preoccupato per ciò che poteva accadere.
Per mesi, il suo ruolo era rimasto quello dell’ex fidanzato sconvolto dalla tragedia. Poi qualcosa cambia.

Dopo la scoperta della tomba profanata, Dolci si presenta spontaneamente dagli investigatori. Dice di avere informazioni utili. Fa nomi. Consegna una lista di persone che, secondo lui, potrebbero avere avuto rancori o motivi per colpire Pamela.

Un atteggiamento che inizialmente viene interpretato come collaborativo. Ma col passare delle settimane, proprio quei comportamenti finiscono sotto la lente degli inquirenti. Gli investigatori acquisiscono filmati di videosorveglianza della zona attorno al cimitero di Strozza.

In alcune immagini compare una figura maschile che si aggira nell’area durante la notte. I video non sono nitidi, ma gli inquirenti ritengono che corporatura, postura e movimenti siano compatibili con Francesco Dolci.

Anche un’automobile ripresa nelle vicinanze attira l’attenzione degli investigatori: il modello sarebbe simile a quello utilizzato dall’uomo.
Nessun elemento, preso singolarmente, viene considerato decisivo. Ma il quadro investigativo comincia lentamente a prendere forma.

Gli inquirenti vogliono capire se Dolci possa aver avuto un ruolo diretto nella profanazione oppure se stesse tentando di depistare le indagini.
La svolta arriva il 6 maggio 2026. Francesco Dolci viene convocato nella caserma provinciale dei carabinieri di Bergamo.

In teoria dovrebbe essere ascoltato come persona informata sui fatti. In realtà, durante l’interrogatorio, la sua posizione cambia ufficialmente.
La Procura lo iscrive nel registro degli indagati.

Per circa sei ore gli investigatori cercano di ricostruire ogni dettaglio: i suoi movimenti nei mesi successivi alla sepoltura, eventuali accessi al cimitero, il rapporto emotivo ancora esistente con Pamela, possibili ossessioni o rancori personali.

Dolci respinge tutto

Continua a proclamarsi innocente e nega qualsiasi coinvolgimento nella profanazione. Subito dopo l’interrogatorio, i carabinieri perquisiscono le proprietà riconducibili all’uomo.

Vengono controllate la sua abitazione di Sant’Omobono Terme, la casa dei genitori, garage, cantine e locali utilizzati dall’indagato. Gli investigatori cercano soprattutto una cosa: la testa di Pamela Genini.

Ma durante le perquisizioni emerge anche un altro elemento. Vicino a una botola viene trovato un capello biondo. Il reperto viene sequestrato per gli accertamenti genetici. Gli investigatori, però, mantengono prudenza.

Pamela frequentava quella casa quando era viva e una eventuale compatibilità del DNA non costituirebbe automaticamente una prova contro Dolci. Resta comunque un tassello che la Procura considera importante nel quadro complessivo dell’indagine.

Il vero interrogativo resta il movente

Perché qualcuno avrebbe dovuto aprire una bara e portare via la testa della vittima? Gli investigatori stanno valutando scenari estremamente delicati. Una delle ipotesi è quella di un gesto maturato in un contesto di ossessione affettiva, di possesso emotivo o di alterazione psicologica.

Una possibilità che rende l’intera vicenda ancora più disturbante. Per ora non esistono prove definitive. E soprattutto manca ancora il reperto centrale dell’inchiesta: la testa di Pamela Genini non è mai stata ritrovata.

All’uscita dalla caserma, circondato dai giornalisti, Francesco Dolci ha continuato a respingere ogni accusa. “A chi ho schiacciato i piedi? Non ho fatto nulla.” Parole che non bastano però a fermare un’indagine ormai entrata nella sua fase più delicata.

La Procura di Bergamo continua ad analizzare filmati, tabulati telefonici, reperti biologici e testimonianze raccolte negli ultimi mesi.
Francesco Dolci, va ricordato, è al momento soltanto indagato e non condannato. Ma il suo nome è oggi al centro di uno dei casi più inquietanti e oscuri della cronaca italiana recente.

Vanessa Miceli

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