Caso Ranucci, Lavitola: «Sono il mandante dell’attentato, ma l’ho fatto per fargli aumentare la scorta»
Svolta clamorosa nell'inchiesta della Procura di Roma sulle due bombe piazzate sotto casa del conduttore di Report
Caso Ranucci, Lavitola: «Sono il mandante dell’attentato, ma l’ho fatto per fargli aumentare la scorta». Svolta clamorosa nell’inchiesta della Procura di Roma sulle due bombe piazzate sotto casa del conduttore di Report.
Si complica ulteriormente la vicenda giudiziaria legata all’attentato ai danni di Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report a cui alcuni mesi fa vennero piazzate due bombe sotto l’abitazione.
Nel corso dell’interrogatorio di garanzia sostenuto nel carcere di Rebibbia e durato oltre cinque ore, Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante del gesto delittuoso. La confessione ha tuttavia aperto interrogativi e polemiche sui bizzarri moventi sostenuti dall’indagato.
La confessione durante l’interrogatorio a Rebibbia
A riferire i contenuti dell’interrogatorio condotto dai magistrati della Procura di Roma è stato l’avvocato difensore di Lavitola, Sergio Cola. Lavitola ha confermato in pieno il quadro accusatorio delineato dai PM capitolini, ammettendo di essere stato l’istigatore dell’attacco.
Secondo il legale, il gesto sarebbe stato compiuto “per fare del bene a Ranucci”: «Ha ammesso di essere stato il mandante per tutelare la incolumità di Ranucci, oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo, e per fargli innalzare la scorta.
All’epoca la vittima aveva solo due agenti: dopo l’evento la scorta è stata portata a otto uomini con protezione a ferro di cavallo».
Il legale Cola ha rifiutato di chiarire se il giornalista fosse informato delle intenzioni di Lavitola ed ha confermato di aver avanzato istanza per l’attenuazione della misura cautelare in carcere.
La durissima reazione del legale di Sigfrido Ranucci
Le dichiarazioni rese note dalla difesa di Lavitola hanno suscitato la dura reazione dell’avvocato Roberto De Vita, che assiste il giornalista d’inchiesta. Il legale De Vita definisce le motivazioni fornite “sconcertanti e lontane da ogni logica”, ricordando come Ranucci goda già di un livello di tutela ininterrotto dal 2021, assegnato e rivalutato periodicamente dal Ministero dell’Interno.
Smentita fermamente anche l’ipotesi di un movente legato all’aumento di notorietà, essendo la popolarità del conduttore già ampiamente consolidata in Italia ed all’estero.
La difesa di Ranucci precisa che una confessione non equivale automaticamente alla verità dei fatti e confida nell’operato della Magistratura per vagliare l’effettiva attendibilità e completezza delle dichiarazioni rese.