Scandalo al carcere di Ivrea: sospesi ispettore e comandante per abusi sessuali su detenuta trans

L'indagine della Procura svela ricatti in cella in cambio di cosmetici e orecchini. L'ex comandante è accusato di aver insabbiato la denuncia delle testimoni

Redazione
Scandalo al carcere di Ivrea: sospesi ispettore e comandante per abusi sessuali su detenuta trans
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Scandalo al carcere di Ivrea: sospesi ispettore e comandante per abusi sessuali su detenuta trans. L’indagine della Procura svela ricatti in cella in cambio di cosmetici e orecchini. L’ex comandante è accusato di aver insabbiato la denuncia delle testimoni.

In questo primo pomeriggio di giovedì 28 maggio 2026, una pesante inchiesta giudiziaria scuote le fondamenta dell’amministrazione penitenziaria del Piemonte, portando alla luce un presunto e sistematico sistema di ricatti, abusi di potere e coperture istituzionali.

Una squallida vicenda di presunti favori sessuali pretesi in cambio di piccoli beni di consumo (cosmetici, bigiotteria e trucchi) è emersa all’interno della Casa Circondariale di Ivrea (Torino).

L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Ivrea, vede coinvolti un ispettore di Polizia Penitenziaria, l’ex comandante del reparto operativo dell’istituto e altri agenti, accusati a vario titolo di reati gravissimi che spaziano dalla violenza sessuale aggravata alla concussione, fino all’omessa denuncia e al favoreggiamento.

I 18 minuti nella cella numero 6 e il ruolo delle testimoni

Il nucleo dell’inchiesta si focalizza su un episodio specifico che ha squarciato il velo di omertà all’interno della struttura detentiva. I fatti risalgono al pomeriggio del 30 aprile 2025.

A far scattare le indagini sono state le dettagliate dichiarazioni di due detenute, testimoni oculari di quanto accaduto nella cella numero 6 del reparto. Le donne hanno riferito che un ispettore della penitenziaria si era introdotto da solo nella stanza di una detenuta transgender, dopo aver accampato scuse legate a presunte attività ricreative (come l’organizzazione di un corso di pittura).

Le testimoni hanno chiaramente percepito la natura sessuale degli atti che si stavano consumando all’interno, frutto di costrizione psicologica e abuso di autorità.

I magistrati hanno trovato un riscontro oggettivo fondamentale nei file del sistema di videosorveglianza interna del penitenziario. I filmati registrano l’ispettore mentre entra da solo nella cella della vittima — una condotta tassativamente vietata dai regolamenti interni, che impongono la presenza di almeno due agenti — rimanendovi per circa 18 minuti.

Le telecamere immortalano poi l’ufficiale mentre esce dal locale riassettandosi i pantaloni, proprio mentre nei corridoi nasce un acceso diverbio con altre detenute che avevano intuito l’abuso.

Il tariffario dei ricatti e i regali vietati

Secondo l’impianto accusatorio formulato dai pubblici ministeri, quello del 30 aprile non sarebbe un caso isolato ma la punta dell’iceberg di un modus operandi consolidato.

Sfruttando la condizione di estrema vulnerabilità psicologica e isolamento delle detenute, in particolare di quelle inserite nelle sezioni protette o trans, l’ispettore avrebbe strutturato un vero e proprio mercato del baratto.

In cambio della disponibilità a subire rapporti sessuali, l’agente prometteva e introduceva illegalmente in carcere trucchi, creme per il corpo, orecchini e prodotti cosmetici, beni fortemente desiderati ma non facilmente reperibili tramite i canali ufficiali del sopravvitto carcerario.

La catena dell’omertà: le accuse ai vertici dell’istituto

L’aspetto politicamente e penalmente più rilevante dell’inchiesta eporediese riguarda i presunti tentativi di insabbiamento messi in atto dalla catena di comando del carcere per tutelare l’onore del corpo.

Quando la nota interna contenente le accuse delle detenute è giunta sul tavolo dell’allora comandante del reparto operativo, l’ufficiale non ha proceduto all’obbligatoria e immediata trasmissione degli atti all’autorità giudiziaria.

Al contrario, avrebbe avviato un’indagine interna informale, informando lo stesso ispettore dei sospetti che gravavano su di lui (configurando il reato di rivelazione di segreto d’ufficio) e archiviando sbrigativamente il dossier bollando le testimonianze come “non attendibili”.

Per questa ragione, l’ex comandante risponde ora di omessa denuncia, favoreggiamento personale e rivelazione di segreto. Altri due agenti di custodia risultano iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di aver collaborato attivamente per occultare le prove del passaggio dell’ispettore in quella sezione.

I provvedimenti del GIP e lo stato dell’arte

Valutati i gravi indizi di colpevolezza e il rischio di inquinamento probatorio all’interno della struttura, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Ivrea ha firmato i primi provvedimenti restrittivi.

È stata disposta la misura cautelare dell’interdizione totale dall’esercizio del pubblico ufficio per la durata di un anno (il massimo edittale per questo genere di misura) sia nei confronti dell’ispettore accusato dei presunti abusi sessuali e della concussione, sia nei confronti dell’ex comandante del reparto operativo.

L’inchiesta non è chiusa. Gli investigatori stanno passando al setaccio i registri d’ingresso del carcere e i turni di servizio degli ultimi due anni, oltre a escutere nuovamente, in modalità protetta, altre ex detenute trans nel timore che la rete di ricatti e abusi sessuali fosse estesa ad altri membri del personale carcerario o coinvolgesse un numero più ampio di vittime ricattate.

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