Dermatologa scambiò un melanoma per una verruca provocando la morte della magistrata Giulia Cavallone

La Suprema Corte ha respinto il ricorso della difesa della specialista: per tre volte confuse il tumore maligno con una formazione benigna

Redazione
Dermatologa scambiò un melanoma per una verruca provocando la morte della magistrata Giulia Cavallone
Cavallone Giulia

Dermatologa scambiò un melanoma per una verruca provocando la morte della magistrata Giulia Cavallone. La Suprema Corte ha respinto il ricorso della difesa della specialista: per tre volte confuse il tumore maligno con una formazione benigna.

Si chiude in via definitiva, davanti alla Suprema Corte, il drammatico iter giudiziario legato alla prematura scomparsa di Giulia Cavallone, stimata magistrata di 36 anni in servizio presso il Tribunale di Roma, stroncata sei anni fa da una forma aggressiva di tumore della pelle.

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha confermato in via irrevocabile la condanna a otto mesi di reclusione per omicidio colposo emessa nei confronti della dermatologa romana che la ebbe in cura.

Gli ermellini hanno respinto il ricorso della difesa, accogliendo integralmente le conclusioni della Procura Generale, rappresentata dal magistrato Olga Mignolo, e dei legali di parte civile.

L’errore fatale: il melanoma scambiato per una verruca

Il focus del dibattimento processuale si è concentrato sulle gravi e ripetute omissioni diagnostiche commesse dalla specialista nel corso delle visite a cui la giovane magistrata si era sottoposta.

Per ben tre volte consecutive, nell’arco di soli otto mesi, la dermatologa ha catalogato un melanoma maligno come una semplice e innocua verruca seborroica.

Rassicurata dalla dottoressa, la paziente non fu indirizzata verso esami bioptici o approfondimenti diagnostici mirati. Secondo i periti della Procura, un tempestivo intervento di asportazione e la corretta stadiazione del tumore avrebbero evitato la successiva progressione metastatica e il conseguente decesso della donna.

La nota della famiglia: «Una battaglia per la consapevolezza»

Il verdetto della Cassazione mette la parola fine a una vicenda legale complessa, iniziata quando la vittima era ancora in vita con una denuncia per lesioni personali colpose e poi derubricata in omicidio colposo a seguito del decesso.

I familiari di Giulia Cavallone, assistiti dagli avvocati Stefano Maccioni e Nicola Di Mario, hanno espresso il loro dolore unito alla speranza che questa sentenza lasci un segno.

«Si chiude così un capitolo doloroso di questa vicenda. In questi anni abbiamo proseguito questa battaglia, animati da spirito di giustizia, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla importanza dell’attività di prevenzione dei tumori e sulla necessità che i sanitari pongano la massima attenzione nell’affrontare ogni caso. Questa tragedia serva ad aumentare la consapevolezza nei pazienti e nei medici, affinché tali drammatici errori non abbiano più a ripetersi».

La condanna a otto mesi di reclusione diventa così definitiva, portando un punto fermo giudiziario sulla responsabilità professionale medica in ambito oncologico.

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