Il digitale cambia le professioni. La politica è pronta ad ascoltare?

"Furgiuele: portare i professionisti in Parlamento non è un evento. È un metodo. Le leggi migliori nascono da chi i problemi li vive ogni giorno"

Redazione
Il digitale cambia le professioni. La politica è pronta ad ascoltare?

C’è un paradosso silenzioso al centro della trasformazione digitale italiana: il Paese cambia più velocemente delle leggi che lo governano, e chi produce, cura e forma non ha quasi mai voce nel momento in cui quelle leggi vengono scritte.

Il convegno promosso dall’associazione IDEA alla Camera dei Deputati — “Passato, presente e futuro delle professioni. Come il digitale modifica il mondo del lavoro” — ha provato a rompere questo schema, portando dentro Montecitorio medici, formatori, imprenditori e consulenti istituzionali per ragionare insieme su cosa stia davvero cambiando e cosa le istituzioni dovrebbero fare per non arrivare in ritardo.

A volere l’iniziativa è stato l’onorevole Domenico Furgiuele, che nell’aprire i lavori ha scelto parole nette: “Ho voluto questo incontro perché Montecitorio deve tornare ad essere il luogo dove il Paese reale viene a parlare, non dove viene a chiedere.” E ancora: “Un Parlamento che non conosce il mondo del lavoro produce leggi che il mondo del lavoro non riesce a seguire. Io non voglo fare quelle leggi.” Non un saluto istituzionale. Una presa di posizione.

A moderare il confronto, Filippo Maturi — già deputato nella XVIII legislatura, oggi tra i più autorevoli esperti di public affairs e relazioni istituzionali in Italia — che ha tenuto il filo di una discussione volutamente eterogenea per settori ma coerente nella visione: le istituzioni non sono un ostacolo da aggirare né uno sportello a cui rivolgersi quando è troppo tardi.

Sono una leva competitiva, se si sa come utilizzarla. E saperlo richiede una competenza specifica: quella di chi ha vissuto l’istituzione dall’interno e il mercato dall’esterno.

Alessandro Lazzari, formatore finanziario con oltre trentacinque anni nel settore bancario, ha messo il dito su una contraddizione che riguarda milioni di italiani: il digitale ha reso la finanza accessibile a tutti, ma accessibilità non è consapevolezza.

“Il digitale può abbattere le barriere di accesso alla finanza, ma solo l’educazione può aiutare le persone a raggiungere i propri obiettivi personali.” Prima degli investimenti, ha spiegato, serve ordine: separare il denaro in funzioni distinte, capire dove va ogni euro, costruire un piano. La tecnologia aiuta, ma non decide.

E sulla previdenza ha detto una cosa semplice e scomoda: “La pensione non si costruisce il giorno in cui si smette di lavorare, ma molti anni prima, con scelte graduali.” Un Paese che invecchia non può permettersi di trattare questo tema come un problema lontano.

Edoardo Cervi, chirurgo vascolare e generale, ha portato la prospettiva di chi la trasformazione digitale la vive in sala operatoria e in corsia. Cartelle cliniche elettroniche, telemedicina esplosa durante la pandemia, dispositivi wearable, intelligenza artificiale applicata alla diagnostica: il cambiamento è già dentro la medicina quotidiana, non è una promessa futura.

Ma Cervi ha posto anche la questione che nessuno vuole affrontare: la velocità dell’innovazione ha superato la capacità normativa di governarla. Privacy dei dati clinici, responsabilità algoritmica, sicurezza dei sistemi sanitari connessi — sono materie aperte che aspettano risposte legislative che ancora non ci sono.

Stefano Lenzi, creatore del Metodo Snellendo, ha parlato di prevenzione come scelta culturale prima ancora che medica. Il grasso viscerale — spesso ignorato rispetto a quello sottocutaneo — è oggi riconosciuto come fattore di rischio diretto per patologie oncologiche oltre che cardiovascolari. Il digitale, in questo contesto, non è solo comunicazione: è l’unico canale che raggiunge chi i circuiti sanitari tradizionali non intercettano.

Il filo che lega tutti gli interventi è lo stesso che Maturi ha esplicitato nella conduzione: il digitale non è neutro. Produce valore dove trova competenza, metodo e interlocutori istituzionali capaci di ascoltare. Produce danni — o semplicemente spreco — dove manca una di queste tre cose. L’Italia ha gli strumenti. Manca ancora, troppo spesso, il ponte tra chi li usa e chi scrive le regole per usarli meglio.

Iniziative come quella di Furgiuele e IDEA servono esattamente a costruire quel ponte. Non come evento. Come metodo.

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